Metal Italia

Gli olandesi Obsidian, dopo aver inciso il debutto discografico, quell' “Emerging” uscito originariamente ormai quattro anni or sono e passato quasi inosservato, hanno dovuto subire qualche cambio di line up: inizialmente il vocalist Serge Regoor veniva rimpiazzato da Robbe Kok (Disavowed), con il quale hanno registrato nuovamente il debutto, donandogli uno slancio e un suono decisamente più incisivi. In seguito anche il bassista ha lasciato la band, rimpiazzato ancora da un membro dei Disavowed: Gerben Van Der Bij. Una volta stabilizzata la line up, i nostri si sono rimboccati le maniche e hanno composto questo “Point Of Infinity” che ha tutta l'aria di essere una vera e propria presa di coscienza nello stile e nel suono. Premendo “play” e immergendoci nelle atmosfere di questo disco, immediatamente riusciamo a riconoscere gli elementi che più ci avevano affascinato di questa band già nell'esordio: la compattezza dei riff in primo luogo, e soprattutto questa maniera così elegante nel riprendere trame melodiche – chitarristiche – dopo lunghi intermezzi strumentali,  in una maniera talmente fluida e dinamica da lasciarci più di una volta letteralmente senza fiato, facendo sollevare automaticamente i peletti sulle braccia. Questi ragazzi pescano a piene mani da vari generi le loro influenze, mischiandole con un pathos e un'intensità tali da rapire l'ascoltatore scagliandolo in una sorta di dimensione parallela, gettandolo contro granitici muri di suono, immergendolo in una plumbea coltre di nebbia, con atmosfere alienanti, talvolta rarefatte, altre volte acquose, sempre costantemente ipnotiche e terribilmente trascinanti. Per avere un'idea più specifica di come suoni questo disco, si provi ad immaginare strutture sbilenche e sincopate - un po' alla Meshuggah - ma più melodiche, sulla falsariga dei Textures, inframezzate con ipnotiche suite strumentali che a tratti ci ricordano gli Opeth, altre i Tool, ma anche alcune atmosfere più prettamente “post” (alla Isis, per intenderci), il tutto "appesantito" e avvolto da quintalate di groove in stile Gojira – era “From Mars To Sirius”. E come non menzionare queste clean vocals che una volta tanto hanno l'enorme pregio di arricchire i brani, rendendoli più vari e imprevedibili? Facile intuire dunque che non stiamo parlando dei soliti insopportabili e melensi ritornelli che il più delle volte spezzano le canzoni, bensì di veri e propri intermezzi - generalmente piazzati verso la fine dei brani - che sembrano fungere da uscita secondaria per l'ascoltatore; una sorta di schiocco di dita per uscire dall'ipnosi. Consigliamo sicuramente questo disco a tutti coloro che, ascoltando musica estrema e tendenzialmente moderna, non hanno paura né delle contaminazioni sonore né di perdersi in trame strumentali né tantomeno di rimanere intrappolati in una tempesta magnetica. Provare per credere.
 
Voto: 8.0 
URL: http://www.metalitalia.com/cds/view.php?cd_pk=9247